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Poste-Tim. L’irreale e il reale

Editoriale · Vincenzo Donvito Maxia ·

A parte gli addetti ai lavori della finanza e i soliti dubbiosi liberisti come noi che guardano male tutte le attività capitaliste dello Stato, l’Offerta Pubblica d'Acquisto (Opa) di Poste su Tim cosa significa per il popolo degli investitori nostrani? Che, tirati fuori i soldi da materassi, mattoni e conti correnti è noto che siano pochi e mediamente strumentalizzati da "eserciti" di promotori finanziari che fanno più che altro guadagnare banche che incassano spese più alte dei guadagni che ipotizzano con piglio certo, spese per loro garantite al pari dei rischi che fanno vivere ai loro consigliati.

 

Poste e Tim giocano sulla loro pesante e solida nomea, che dovrebbe invogliare gli investitori a sentirsi sicuri al pari di quando investono sui buoni di Stato.

L’avvio dell’Opas è previsto a luglio, la chiusura a fine anno. L’offerta sarà considerata valida se Poste raggiungono il 66,67% del capitale. Il nuovo colosso dovrebbe  fatturare poco meno di 27 miliardi (13,1 Poste e 13,7 Tim), un risultato operativo di 4,8 miliardi, 150 mila dipendenti, 17 mila punti vendita sul territorio (che venderanno uno i prodotti dell’altra azienda) e una capitalizzazione di mercato pro forma di circa 35 miliardi, che sale a poco meno di 40 miliardi se si considerano le future sinergie.

Potendo Poste e Tim mettere in comune gli investimenti di innovazione tecnologica e intelligenza artificiale (creando la maggiore piattaforma di infrastruttura connessa in Italia?), questo lo scenario che hanno i circa 500mila italiani che hanno investito in queste aziende.

 

I titoli di Poste negli ultimi due anni sono saliti del 117%, con oltre 200mila azionisti retail (investitori individuali). Qualche giorno prima dell’opa, presentando il bilancio 2025 chiuso con un utile netto di 2,2 miliardi, Poste ha annunciato l’intenzione di creare un polo finanziario con risparmi e pagamenti, fondendo le controllate PostePay (che gestisce anche i servizi di energia e tlc) e BancoPosta, mettendo insieme 600 miliardi di attività finanziarie e 30 milioni di carte prepagate.

 

Tim ha 6,9 miliardi di debito netto (escludendo le passività legate ai contratti di leasing).

 

Giornali come Milano Finanza, Akros - banca di investimenti del gruppo Bpm -, il colosso bancario svizzero di investimenti Ubs, l'altrettanto colosso bancario britannico Barclays, guardano tutti positivamente e con buone prospettive a questa operazione. Per approfondire, varie informazioni in Rete.
 

Come se la finanza fosse un mondo separato dal contesto economico generale e geopolitico, a nostro avviso c’è insufficiente considerazione di quanto sta succedendo nel mondo (Ucraina, Medio Oriente e Iran, Usa, per citare solo quanto a noi più vicino). Come se gli investitori e i consumatori fossero solo lì, pronti - a prescindere - a mettere risparmi e godere dei servizi di questo colosso italiano.

 

Non si possono non considerare alcune peculiarità che coinvolgono risparmiatori e consumatori. Banali, secondo alcuni approcci, ma reali per chi investe e spende, soprattutto se si considera che l'operazione in corso conta molto sugli investitori individuali. Dal prezzo al dettaglio dei pomodori che è raddoppiato, ai coni gelato che aumentano anche del 50%; dai voli aerei che cominciano a costare il 50% in più, ai costi alle stelle delle case in affitto (quando si trovano) e in acquisto. Tutto questo con un’inflazione che - incredibile ma vero…così prevede la Banca Centrale Europea -  dovrebbe essere - 2026 - del 2,6% invece che 1,9%, 2% nel 2027 invece che 1,8%, e 2,1% nel 2028 invece che 2,0%.

 

Più di qualcosa non torna. A partire dalle feste già in atto per il nuovo capitalismo monopolista italiano (su cui aspettiamo anche le pronunce Antitrust). Siamo sicuri che, passata l’euforia sovranista, quanto provinciale, di chi sostiene che “avremo una Amazon italiana”, investitori e consumatori avranno serenità e possibilità di esser tali?

 

 

Qui il video sul canale YouTube di Aduc

 

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